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IN VISITA AI CAMPI SAHRAWI PDF Stampa E-mail
Scritto da Crema Nicola   
Sabato 14 Aprile 2018
Già da diversi anni nel periodo estivo Luzzara ospita un gruppo di bambini Sahrawi provenienti dai campi profughi nel deserto algerino.
Il nostro è un piccolo gesto di solidarietà verso un popolo che ha dovuto lasciare il proprio paese occupato, il Sahara Occidentale, e coltiva il sogno di tornare nella propria terra, ma percorrendo vie pacifiche e non violente.
Il luzzarese Nicola Crema, membro dell’associazione Jaima Sahrawi di Reggio Emilia (vedi pagina seguente), si è recato già due volte nei campi profughi. L’ultimo viaggio è avvenuto durante le festività natalizie scorse. Gli chiediamo di raccontarci la sua esperienza.
Che cosa ti ha spinto a visitare i campi?
Ho partecipato varie volte all’esperienza di accoglienza dei bimbi in estate e desideravo incontrarli a casa loro per toccare con mano la loro realtà.
È una realtà molto dura?
Certamente, ma i Sahrawi riescono a sopravvivere grazie agli aiuti umanitari e al loro continuo impegno orientato al futuro. Il loro maggiore desiderio è poter tornare in patria.
Come si svolgeva la tua giornata?
Al mattino ci svegliavamo presto con il tipico thè Sahrawi (molto forte!!!); poi con tutto il gruppo andavamo a piedi a scuola. Dopo alcuni giochi di conoscenza con i bimbi, ci dividevamo in gruppi per svolgere attività diverse: fotografia, musica e teatro. Io ho seguito il gruppo di fotografia: i bimbi hanno scattato delle foto per il concorso di Fotografia Europea di Reggio Emilia intitolato: “Rivoluzioni. Ribellioni, cambiamenti, utopie”.
Potremo vederle?
Sì, raccolte in un filmato che sarà proiettato durante la manifestazione di Fotografia Europea a Reggio Emilia, presso il parco S. Maria dal 20 Aprile al 17 Giugno 2018.
E al pomeriggio che cosa facevate?
Ci rilassavamo andando in giro per il mercato. Non è formato da bancarelle, ma da piccoli negozi che vendono artigianato locale, bigiotteria, spezie e alimentari. Il mercato serve sia la popolazione locale che i pochi volontari che si recano ai campi profughi.
Alla sera giocavamo a carte e riordinavamo le foto scattate.
Dove mangiavate?
A pranzo, tutti insieme al Protocollo, una struttura adibita all’accoglienza degli ospiti stranieri del villaggio; alla sera cenavamo nelle case delle famiglie ospitanti.
Si mangia bene nei campi Sahrawi?
Se si ha capacità d’adattamento, sì. I piatti tipici sono il couscous e i pinchitos di cammello. Sono degli spiedini di carne di cammello cucinati alla brace con varie spezie. Anche le zuppe di verdura sono buone.
Verdura? Ma non siamo nel deserto?
Fa parte degli aiuti umanitari. Ma i Sahrawi stanno anche studiando quali ortaggi possono resistere alle temperature del deserto. Le verdure finora coltivate sono destinate agli ospedali. Un altro importante esperimento in corso è la coltivazione della moringa, un albero con foglie ricche di proteine, vitamina A e C.
Che cosa ti ha colpito di più?
Innanzi tutto lo spirito di accoglienza, molto più spiccato del nostro. I rapporti umani rivestono un’importanza fondamentale e la persona  - e quindi l’ospite - è sempre messa al centro. Ad esempio, quando visitiamo le famiglie dei bambini che sono stati accolti in Italia, siamo circondati da premura ed amicizia.
Poi mi ha colpito lo stile di vita: i Sahrawi hanno molte meno cose di noi ma le sanno valorizzare appieno.
Infine, mi hanno stregato i tramonti e il cielo stellato. Una meraviglia.
Pensi di tornare ancora nei campi, per incontrare i bambini?
Probabilmente sì, ma li incontrerò prima qui a Luzzara la prossima estate. Stiamo già organizzando l’accoglienza e chi vuole dare una mano è il benvenuto!