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La Parola

 
IL RACCONTO DELLA SAMARITANA … LETTO IN TEMPO DI “CORONAVIRUS” PDF Stampa E-mail
Scritto da Don Piergiorgio Torreggiani   
Sabato 14 Marzo 2020

Quasi tutto quello che c’è in questo testo è preso dalla lettera pastorale del vescovo di Modena,

Erio Castellucci, intitolata: “Se conoscessi il dono di Dio” e che ha indirizzato ai suoi catechisti dell’Iniziazione cristiana.

Merita di essere letta per intero.

Leggiamo insieme il capitolo 4 di Giovanni fin dall’inizio, sebbene la liturgia della domenica III di Quaresiama dell’anno A

preveda la lettura a partire dal versetto 5. Ciò ci fa capire come il tema che fa da sottofondo al racconto della samaritana

è soprattutto quello del battesimo.

 

Gesù venne a sapere che i farisei avevano sentito dire: “Gesù fa più discepoli e battezza più di Giovanni”.

Sebbene non fosse Gesù in persona a battezzare, ma i suoi discepoli.

Lasciò allora la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea.

Doveva perciò attraversare la Samaria. Giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar,

vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe.

Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. (Gv 4,1-6).

 

Che l’episodio che il Vangelo di Giovanni sta per narrare possa simboleggiare il battesimo,

si indovina fin dalle prime parole del capitolo, in cui spunta una “chiacchiera” potenzialmente malevola sull’attività battesimale del gruppo di Gesù:

non sarà per caso in competizione con Giovanni? Lui allora decide di lasciare la Giudea e tornare in Galilea, verso Nord.

Doveva perciò attraversare la Samaria, dice l’evangelista. Ma “doveva” proprio?

Di per sé avrebbe potuto semplicemente costeggiarla da est, senza entrarvi, Certo, avrebbe patito un bel po’ di caldo,

come ben sanno i pellegrini che oggi vanno in quella zona della Terra Santa, ma avrebbe evitato di attraversare una regione nemica.

Dirà del resto l’evangelista stesso, in maniera sfumata e diplomatica: “i giudei non hanno rapporti con i samaritani” (4,9).

Giudei e samaritani erano dunque avversari: la loro inimicizia durava da circa sei secoli,

a causa di complesse vicende storiche che li avevano condotti persino a concentrare il culto su due monti e due templi diversi:

i giudei a Gerusalemme e i samaritani a Garizim.

Gesù va quindi nella “tana del lupo”, al pozzo di Giacobbe, vicino alla città di Sicar che si trovava ai piedi del monte Garizim.

Oltretutto questa città, l’antica Sichem (Sicar era la forma aramaica), oggi Nablus, era una delle sei città-rifugio,

dove chi aveva commesso omicidio preterintenzionale poteva sfuggire per evitare la vendetta dei parenti dell’ucciso (cf. Gios 20,7).

Era quindi nota anche come luogo di riparo di coloro che si erano macchiati di assassinio, benché involontario.

Gesù non ha timore, insomma, di andarsi a infilare in luoghi malfamati, dai quali normalmente ci si teneva alla larga.

“Doveva”, dunque, non per motivi geografici, ma per motivi missionari: si sentiva spinto dal Padre anche verso “i lontani”.

Andando al pozzo, Gesù fonda la “Chiesa in uscita”, senza aspettare che i lontani lo avvicinino.

Iniziare alla fede implica per le nostre comunità il coraggio di fare incursioni fuori dal recinto.

In tempi come questi nei quali siamo invitati a chiuderci in casa, sembra un po’ fuori luogo sentirci spinti ad uscire fuori dal nostra guscio

e dal nostro ovile, ma credo che ci sia chiesto di farlo soprattutto come mentalità, allo scopo di aprirci verso orizzonti più ampi e senza confini.

Quando papa Francesco parla di “Chiesa in uscita”, non si riferisce al trasferimento fisico delle strutture parrocchiali

e degli operatori pastorali sulle strade, per quanto la comunità debba assumere anche un certo nomadismo,

snellire le proprie strutture e vincere il rischio di una comoda stanzialità. Si riferisce piuttosto ad un atteggiamento spirituale interiore,

che è il fuoco della missione. Per iniziare alla fede occorre visitare i luoghi della sete, cercare i pozzi di Samaria

attorno a cui tende la vita e l’attività umana, andare ad incontrare il fratello nelle sue fragilità e nelle sue risorse,

là dove si rifugia perché oggetto di risentimenti, vendette, rivalse.

 

Un giudeo assetato

 

Giunge una donna samaritana ad attingere acqua.

Le dice Gesù: “Dammi da bere”. I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice:

“come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?”. I giudei infatti non hanno rapporti con i samaritani.

(Gv 4,7-9).

 

La donna arriva nell’ora più calda del giorno, quella meno indicata per camminare e faticare, viaggiare in solitudine e lavorare. Un indizio che

fa già supporre una certa “clandestinità”. Quella donna non imita le altre, che vanno al pozzo al fresco dell’alba o al tramonto.

Forse ha qualcosa da nascondere, vuole evitare gli assembramenti e le file con gli inevitabili dialoghi.

Ci sono tanti motivi validi oggi per evitare gli assembramenti e fare la fila a distanza l’uno dall’altro. I nostri sono certamente giustificati.

Ma la samaritana è costretta per colpa dei pregiudizi dei religiosi e degli uomini del tempo. Ci serva da lezione.

A quell’ora la donna non si aspetta di trovare qualcuno e avrebbe volentieri fatto a meno di quello sconosciuto seduto al pozzo.

Ma ormai è arrivata e non può certo tornare a casa con l’anfora vuota. Chi sarà quell’uomo?

“Dammi da bere”: è un giudeo assetato che domanda un po’ d’acqua. È impressionante il fatto che Gesù esprima la sua sete, il suo bisogno,

senza preamboli e senza titubanza. Non si fa scrupolo, stanco e assetato com’è, di chiedere aiuto.

Si fa mendicante e si abbassa, elevando automaticamente la donna da una situazione di inferiorità a una di superiorità:

è lei che ora può fare qualcosa per lui; il donatore diviene questuante e la bisognosa è trasformata in donatrice.

L’approccio di Gesù è sempre promozionale.

Mai pregiudiziale. Il Corona virus da un lato ha spinto ad alzare certe barriere, dall’altro però ha aperto dei confini e delle chiusure secolari.

La Cina che ci viene in aiutoè un esempio significativo e promettente.

Lui valorizza i doni, le risorse, le zone positive della persona. La samaritana era da evitare per almeno tre motivi.

Due li svela subito lei stessa, meravigliandosi di come un uomo giudeo chieda da bere a lei, “donna samaritana”.

Era sconveniente e disdicevole che un rabbino parlasse con una donna, specialmente da solo.

Ed era inusuale che un giudeo attaccasse discorso

con un samaritano. Il terzo motivo emergerà di lì a poco: è anche una donna di dubbia reputazione, vive una condizione di irregolarità, è una peccatrice.

Proprio a lei, donna, samaritana e peccatrice, Gesù chiede una mano. In un colpo solo, domandandole da bere, abbatte tre barriere insormontabili all’epoca:

quella tra maschi e femmine, quella tra giudei e samaritani, quella tra puri e impuri. La manifestazione della propria fragilità fa cadere i muri.

 

Un “signore” che promette il massimo

 

Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato

acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva?

Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?».

Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno.

Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna».

«Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua» (Gv 4,10-15)

Con un sospiro, un desiderio e un auspicio insieme, Gesù esterna alla samaritana il sentimento avvertito poi tante volte anche oggi dagli educatori cristiani:

“Se tu conoscessi il dono di Dio”... Ma più spesso questa frase l’ho rivolta a me stesso: “Se tu conoscessi il dono di Dio”,

on ti lasceresti prendere dalla tristezza nel tuo ministero, non ti faresti deprimere dalla scarsità dei successi,

non cederesti alla tentazione di quantificare i risultati. Saresti semplicemente lieto e gioioso, perché amato dal Signore: e questo ti basterebbe.

Ti preoccuperesti di convertire una sola persona: te stesso. Non perderesti tempo a lamentarti per le iniziative che non funzionano,

per la stanchezza che ti avvolge, per le persone che non ti capiscono e ti criticano.

Anche in questi momenti non dobbiamo perdere la fiducia, essere troppo preoccupati, perché abbiamo già ricevuto il dono di Dio: Gesù;

il Dio con noi. Non siamo soli e dimenticati.

“Il” dono di Dio, senza dubbio, è Gesù. Tutti gli altri sono “dei” doni, solo lui è “il” dono. La samaritana l’aveva di fronte, ma non lo sapeva ancora.

Perché Gesù è un dono discreto, è un regalo che si propone e non un obbligo che si impone.

Le reazioni della samaritana all’offerta esorbitante di Gesù, che prima promette “acqua viva” e poi addirittura “acqua che zampilla per la vita eterna”,

è piuttosto logica. Come è possibile che questo misterioso personaggio possa procurarsi l’acqua, se non ha nemmeno un secchio?

E se prima aveva parlato alla donna di un’acqua “viva”, contrapposta alle acque “morte” delle cisterne e degli stagni,

ora dice addirittura che la sua acqua “zampilla”, letteralmente “saltella”: un verbo che altrove è sempre usato per gli esseri viventi.

Un’acqua dunque dotata di una vitalità straordinaria: addirittura “per la vita eterna”.

La donna accetta l’offerta, rimanendo però sul piano materiale: dammi di quest’acqua, così non faticherò più.

Lo stile di Gesù è sempre quello di innestarsi sul livello delle attese materiali, per elevarle e non per eliminarle.

Impernia il suo dialogo sull’acqua, a cominciare da quella materiale, per portare la donna su un piano più profondo, quello affettivo e poi quello spirituale.

 

Un profeta messianico

 

Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito».

Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”.

Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».

Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte;

voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».

Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre.

Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei.

Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità:

così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».

Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa».

Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna.

Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?».

La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente:

«Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?».

Uscirono dalla città e andavano da lui. (Gv 4,16-30).

Improvvisamente attorno al pozzo si rendono presenti molti altri personaggi; quel luogo deserto,

che fino ad allora aveva visto il dialogo tra un giudeo e una samaritana, diventa una piazza.

Prima vengono evocati sei uomini, i cinque exmariti della donna e il suo attuale compagno;

poi viene addirittura evocato il Padre celeste. E infine al pozzo approdano i discepoli di Gesù e gli abitanti di Sicar.

Una folla di personaggi, evocati e convocati, riempiono la scena. Tutto, sembrerebbe, a motivo dell’incursione di Gesù nella vita privata della donna:

“va’ a chiamare tuo marito e torna qui”. Con questo invito, Gesù dà un colpo d’ala al dialogo e costringe la donna ad entrare in se stessa:

dal piano materiale ed esteriore del secchio, Gesù conduce la samaritana al piano interiore del cuore.

Spostando il discorso sul “marito”, Gesù chiede alla donna di aprire il libro della sua storia, delle sue relazioni;

porta l’attenzione dal pozzo di Giacobbe agli affetti della donna, alla sua coscienza, arrivando a toccare il piano morale della sua vita.

Vuole scoprire una sete più profonda di quella materiale. E svela così la sete del cuore della donna,

che lei ha cercato di soddisfare attraverso vie sbagliate, amori disordinati, frustrati; che non le lasciano nulla, solo il vuoto: “non ho marito”.

Lui assetato, lei assetata: si scopre ora che il pozzo ha fatto incontrare due assetati.

Forse per sviare l’interesse di Gesù, che ha messo il dito nella piaga, la donna si prende una piccola rivincita,

cambiando improvvisamente discorso anche lei: e pone una domanda religiosa: Dio va adorato a Garizim o a Gerusalemme?

È un colpo da maestro: e il dialogo si eleva al livello del tempio. Dalla materialità del secchio all’interiorità del cuore fino alle altezze del tempio.

Emerge finalmente la domanda più vera e decisiva, quella che abita nelle profondità dell’anima di ogni essere umano,

la domanda sulla presenza di Dio: dov’è Dio? Dove si può trovare?

Dio non sta chiuso dentro a quattro mura, per quanto maestose, ma si apre alla relazione, si incontra nello spirito e nella verità,

cioè dentro di sé, in una ricerca sincera. Ma la risposta di Gesù rimanda anche allo Spirito con la maiuscola (cf. Gv 14,26; 15,26; 16,13-14)

e alla Verità con la maiuscola, che è lui stesso (cf. Gv 14,6). La donna non comprende tutto,

perché non aveva sentito il grido di Gesù a Gerusalemme: “distruggete questo tempio e io in tre giorni lo farò risorgere” (Gv 2,19)

e non poteva dunque sapere che “parlava del tempio del suo corpo” (Gv 2,21). Tornati i discepoli, la donna se ne va: “lascia l’anfora”,

come un tempo loro stessi avevano lasciato le reti e il banco delle imposte.

La scena, come dicevo, si popola di personaggi: Gesù che rimane seduto, la donna che va in città e annuncia Gesù,

i discepoli che si interrogano perplessi e la gente che arriva in massa al pozzo. La donna da destinataria è diventata apostola:

ed è a motivo di lei, non più di Gesù, che i discepoli si fanno delle domande e i concittadini accorrono.

Lei, poco di buono, diventa evangelizzatrice. Perché Gesù ha saputo intercettare la sua triplice sete: quella materiale

dell’acqua, quella affettiva dell’amore e quella spirituale di Dio. Se lui avesse subito parlato del Padre e del tempio,

lei probabilmente lo avrebbe preso per un mistico disadattato e fuori dalla realtà; inserendosi invece nella sua vita concreta,

accogliendo le sue fragilità, educando le sue domande, Gesù le ha rivelato la propria identità e l’ha resa missionaria,

annunciatrice gioiosa.

 

Un rabbino sognatore

 

Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose loro: «Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete».

E i discepoli si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?».

Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera.

Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”?

Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura.

Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete.

In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete.

Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica»

(Gv 4,31-38).

 

Incastonato nelle scene concitate dell’andirivieni di gente tra la città e il pozzo,

il dialogo di Gesù con i discepoli sul cibo e la mietitura è come una pausa di riflessione.

Alla samaritana Gesù si mostrava assetato e ora ai discepoli appare affamato: “Rabbì, mangia”.

Ma, di nuovo, Gesù eleva il discorso su un cibo diverso: “io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete”.

Questo cibo ha un nome e un cognome: fare la volontà del Padre e compiere la sua opera. Il suo cibo è l’obbedienza, che lo porterà al dono

totale di sé al Padre e ai fratelli. Un cibo amaro, che Gesù masticherà faticosamente,

arrivando nell’Orto degli ulivi a misurare la distanza tra la sua volontà e quella del Padre,

ma rimettendosi alla fine al disegno più grande. Il gioco di immagini tra semina e mietitura, sviluppato da Gesù,

riguarda proprio la missione, non solo la sua ma anche quella degli apostoli.

Lui infatti distoglie subito l’attenzione da sé e la rivolge a loro.

E invita a guardare avanti, alzare la testa, vedere le messi che già biondeggiano (letteralmente: “biancheggiano”),

elevare i pensieri, progettare, puntare sulla speranza. Mancano quattro mesi alla mietitura,

eppure Gesù chiede ai discepoli di guardare i campi come se le messi fossero già mature.

Con un sogno, abolisce l’intervallo di una stagione e invita i suoi a guardare in profondità, come se semina e mietitura quasi coincidessero.

Seminare senza poter mietere era considerato dai profeti una sventura grave (cf. Mic 6,15);

seminare e mietere era ritenuta invece una benedizione, pur nella sofferenza dell’attesa di mesi.

Ma nessuno si era mai sognato di identificare il tempo della semina con quello del raccolto, cancellando lo spazio di una stagione.

Siamo attraversando la stagione dell’attesa. Siamo invitati a sognare e a pensare già alla vittoria sul male, alla sconfitta dell’epidemia.

Il Signore è fedele alle promesse. Dopo la semina, con la sua benedizione, ci sarà la mietitura

Certo: è uno sguardo profondo quello di Gesù, lo sguardo di un sognatore e non di un calcolatore.

Sembra che Gesù dica ai discepoli: guardate questi samaritani che stanno arrivando al pozzo:

non vi accorgete che la mietitura è già in atto, che stiamo già raccogliendo i frutti dell’annuncio appena seminato nel cuore della donna?

I samaritani credenti sono per Gesù il segno che il raccolto è in atto, che Dio opera al di là dei tempi e delle attese umane.

 

Il salvatore del mondo

 

Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto».

E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni.

Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo,

ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo»

(Gv 4,39-42).

La donna, abbeveratasi alla fonte dell’acqua viva, diventa fonte lei stessa per altri. Del resto Gesù glielo aveva detto: “L’acqua che io darò

diventerà in lui sorgente”. La samaritana, raggiunta dalla sorgente che è Cristo, si trasforma in sorgente per i suoi concittadini.

E quando loro crederanno, si faranno a loro volta sorgente per tanti altri. È la rete della “testimonianza”, da cui nasce la comunità cristiana.

La Chiesa spunta da persone dissetate che diventano fonti, che si fanno sorgenti ambulanti per i fratelli.

La fede viene dall’ascolto (cf. Rom 10,17), ma non un semplice ascolto auricolare, superficiale, per sentito dire:

l’udito al massimo può muovere la curiosità. La fede nasce piuttosto, per dono di Dio, da un ascolto profondo,

dentro ad un’esperienza con Gesù e con i fratelli. La fede può spuntare all’interno di una conoscenza,

di una vita di relazione, nella quale si sperimenta come solo il Signore conosca tutto ed entri dentro la storia personale.

Anche oggi molte persone hanno bisogno di un “secondo annuncio“, intessuto di esperienze di vita comune con Gesù e i suoi discepoli,

 

entro le quali riprende forma e trova spessore il “primo annuncio“ ricevuto magari alcuni anni o decenni prima.

E la donna deve farsi da parte, perché ormai il suo compito è terminato.

Come una piccola fiaccola che ne ha accese tante altre e che poi si esaurisce per prima, scompare dalla scena.

Riconoscendolo “salvatore del mondo”, i samaritani aprono a Gesù uno spazio immenso:

non è più semplicemente il messia degli ebrei, ma è la speranza di tutti gli uomini, è davvero “il dono di Dio” universale.

L’attenzione finale dell’episodio è concentrata però non tanto su Gesù quanto sulla comunità che si forma attorno a lui.

Ormai non è più possibile distinguere annunciatori e destinatari, credenti e non. Non solo i discepoli,

ma prima la donna e poi gli abitanti di Sicar diventano nello

stesso tempo annunciatori e ascoltatori, testimoni e spettatori, credenti e missionari.

È nata una comunità di “catechisti”, i quali si aiutano a vicenda, iniziandosi reciprocamente alla fede in Gesù.

 

Vorrei a conclusione di questa meditazione invitarvi a rivolgere il vostro pensiero a coloro che in questi giorni stanno testimoniando la loro fede,

sull’esempio della Samaritana, allestendo “un ospedale da campo” (usando un’espressione molto efficace di Papa Francesco)

per andare in soccorso di tutti i malati di coronavirus e altre malattie, mettendo a rischio, più di tutti noi,

la propria salute per curare quella degli altri. Speriamo che la loro azione aiuti tutti noi ad essere più responsabili e più fratelli.

Lo siamo già per il battesimo, lo dobbiamo dimostrare con la condotta di vita.